Le strategie di mitigazione dei dazi davvero efficaci secondo un avvocato specializzato in commercio internazionale

Le nuove politiche tariffarie stanno rimodellando le aliquote doganali in decine di categorie di prodotti. Scopra come quantificare la propria esposizione e ridurre legalmente i costi.

Le strategie di mitigazione dei dazi davvero efficaci secondo un avvocato specializzato in commercio internazionale

Le analisi dell'avvocato specializzato in commercio internazionale Lindsay Wardlaw sono tratte da un recente webinar in collaborazione con Z2Data, «Nuove politiche tariffarie da monitorare e come individuare e ridurre l’esposizione ai dazi».

In sintesi

  • Dall’inizio del 2025, il governo federale ha applicato le disposizioni delle Sezioni 232, 301 e persino della storica Sezione 338 su prodotti che spaziano dall’acciaio e semiconduttori fino ad arredamento e autocarri, con ulteriori cambiamenti previsti almeno fino al 2026 e oltre.
  • Importare può talvolta comportare variazioni significative degli obblighi tariffari senza dover necessariamente modificare drasticamente la catena di approvvigionamento: è possibile intervenire sulle ultime fasi del processo produttivo.
  • Le aziende posso anche modificare la tipologia di componenti e prodotti importati negli Stati Uniti, così da generare una tariffa doganale diversa—e auspicabilmente più bassa.
  • Qualsiasi iniziativa di modifica commerciale o di tariff engineering deve essere adottata con cautela e attenzione, vista la crescente severità dell’attuale amministrazione nell’applicazione delle normative.

Con l’insediamento dell’amministrazione Trump nel 2025, la politica commerciale statunitense sta vivendo una delle fasi più instabili degli ultimi decenni. Le nuove politiche tariffarie si susseguono a un ritmo che spesso sfugge anche ai team di approvvigionamento e compliance più preparati. Dal 2025, il governo federale ha sovrapposto le disposizioni delle Sezioni 232, 301 e, dopo decenni di inattività, anche la Sezione 338, su un’ampia gamma di merci—dall’acciaio e semiconduttori, all’arredamento e ai camion—con ulteriori misure attese almeno fino al 2026. Per le imprese che si approvvigionano a livello globale, comprendere l’attuale politica tariffaria statunitense rappresenta al tempo stesso una sfida in continua evoluzione e una priorità strategica.

Il quadro attuale delle tariffe

L’attuale scenario tariffario è costruito su più fonti normative sovrapposte, ciascuna con i propri meccanismi e tempistiche di attivazione. Le tariffe della Sezione 232, legate a indagini per la sicurezza nazionale, oggi si applicano a numerose categorie di prodotti:

  • Acciaio
  • Alluminio
  • Rame
  • Automobili, camion e componenti auto
  • Legname e prodotti in legno
  • Semiconduttori
  • Prodotti farmaceutici

Le aliquote tariffarie per queste merci variano generalmente tra il 10% e il 50% (per le imprese USA che importano alluminio russo, si applica un dazio eccezionale del 200%).

Applicazione delle tariffe Sezione 301

Lindsay Wardlaw, customs broker abilitata negli Stati Uniti, avvocato e fondatrice di Wardlaw Trade Law, ha recentemente guidato un webinar con la società di supply chain risk management (SCRM) Z2Data. Nel corso del webinar, Wardlaw ha ribadito che le imprese statunitensi non dovrebbero aspettarsi a breve un allentamento dell’impianto tariffario voluto dall’amministrazione Trump. «Con il procedere delle indagini condotte dall’amministrazione Trump, ci si aspetta un incremento significativo delle tariffe Sezione 232 e 301», ha sottolineato.

Uno dei cambiamenti più significativi delle ultime settimane è l’introduzione di nuove tariffe Sezione 301, in particolare quelle applicate a economie accusate di non offrire tutele adeguate contro il lavoro forzato. Dal 24 luglio 2026, infatti, le tariffe Sezione 301 contro il lavoro forzato coprono 60 economie, impattando oltre il 99% di tutte le merci importate negli Stati Uniti. Tali tariffe sono suddivise in due fasce: aliquota del 10% e del 12,5%.

Oltre ai dazi già in vigore, numerose indagini Sezione 232 e 301 sono in corso su diverse categorie merceologiche: robotica, turbine eoliche, droni, minerali critici lavorati, dispositivi di protezione individuale (PPE), oltre a indagini più ampie su prodotti provenienti da economie che presentano «capacità produttiva strutturale eccessiva». Ognuna di queste indagini potrebbe portare all’introduzione di nuove politiche tariffarie nei prossimi mesi, talvolta senza preavviso.

Il ritorno delle tariffe Sezione 338

Anche la Sezione 338 sta emergendo come una leva tariffaria di interesse crescente per il governo USA. Introdotta con lo Smoot-Hawley Act del 1930, la Sezione 338 consente al presidente di imporre dazi fino al 50% su merci provenienti da paesi giudicati «discriminatori» nei confronti del commercio statunitense. Inoltre, autorizza gli Stati Uniti a estendere dazi aggiuntivi a un terzo paese che tragga vantaggio da tale discriminazione. Il Canada rappresenterà il primo caso concreto di applicazione moderna di questo strumento: gli Stati Uniti impongono tariffe Sezione 338 su un’ampia gamma di prodotti canadesi come risposta alle misure restrittive di Ottawa (tra cui tariffe, quote e divieti di importazione) sui veicoli, gli alcolici e i prodotti lattiero-caseari statunitensi.

Sarà da valutare se la Sezione 338 si affermerà come strumento ordinario contro le tariffe di ritorsione—come nel caso di alcune misure canadesi—o resterà una soluzione straordinaria dell’attuale amministrazione.

Come assicurarsi aliquote tariffarie più basse?

Nonostante la situazione tariffaria sia ancora in continuo mutamento, le aziende possono comunque agire su alcune leve per ridurre i costi d’importazione.

Ricorrere a paesi con tariffe più basse

Le politiche tariffarie statunitensi non sono uguali per tutti, e l’approccio attuato dall’amministrazione Trump rende più conveniente l’approvvigionamento da certi paesi rispetto ad altri. Secondo Wardlaw, individuare nazioni da cui approvvigionarsi con dazi inferiori rappresenta la strada più diretta per ridurre i costi di importazione. «Se trova un paese con la capacità, infrastrutture e manodopera per produrre rapidamente e in modo conveniente ciò di cui ha bisogno—e con aliquota tariffaria più bassa—dovrebbe optare per questa scelta», spiega. «La politica USA sta proprio incentivando questo comportamento, imponendo dazi differenziati tra i paesi».

Tuttavia, anche se spostare le forniture verso paesi con tariffe più basse può sembrare intuitivo, risulta più complesso quando tali tariffe sono soggette a variazioni frequenti. Inoltre, gli importatori devono ricordare che le aliquote sono assegnate sulla base del «paese di origine»—concetto prettamente legale—e non in base al paese di ultima spedizione.

Modificare la catena di approvvigionamento

Le dogane statunitensi determinano il paese di origine (COO) in base a dove il prodotto è stato interamente realizzato o ottenuto, o dove ha subito una trasformazione sostanziale. Ciò significa che gli importatori possono talvolta ottenere variazioni significative sull’obbligo di dazio senza modificare radicalmente la filiera: è sufficiente adattare l’ultima o le ultime fasi del processo produttivo in modo che la «trasformazione sostanziale» abbia luogo in un paese soggetto a dazi inferiori.

Tuttavia, bisogna tenere conto dei rischi connessi a queste strategie. Non tutte le attività di lavorazione a valore aggiunto realizzano una «trasformazione sostanziale»: passaggi «minori» come verniciatura o semplici assemblaggi spesso non cambiano il paese di origine. «Una valutazione errata del paese di origine su un bene approvvigionato può comportare effetti significativi sia sul dazio dovuto che sull’eventuale accusa di frode doganale», precisa Wardlaw.

Eccezioni principali

Quando si adottano simili strategie commerciali, è fondamentale ricordare che alcune normative tariffarie della Sezione 232—come quelle su acciaio, alluminio, rame, automobili e autocarri—imputano i dazi all’origine dei materiali specifici o al luogo in cui si sono svolte determinate attività (come la fusione), e non solo all’origine del prodotto finito. In questi contesti, spostare la sede delle lavorazioni finali non modifica l’aliquota tariffaria.

Inoltre, per alcuni prodotti high-tech, la CBP determina il paese di origine considerando la provenienza del componente che ne conferisce il «carattere essenziale». In questi casi, come segnala Wardlaw, «potrebbe essere necessario ripensare la lavorazione di queste fasi chiave, secondo le regole definite dai quadri tariffari».

Modificare l’oggetto dell’importazione

Non di rado, le aziende possono semplicemente cambiare la tipologia di componenti o prodotti importati negli Stati Uniti per attivare una tariffa—idealmente inferiore. Ad esempio, è possibile importare una parte o semilavorato soggetto a un dazio inferiore rispetto al prodotto finito, completando la lavorazione finale direttamente in USA. In alternativa, conviene valutare la modifica del processo produttivo in modo che l’articolo importato rientri in una nuova categoria merceologica, con un’aliquota più bassa. «Ciò può significare ripensare le specifiche tecniche del prodotto, così da importare una merce finita diversa da quella commercializzata in precedenza nel mercato statunitense—pur simile—che però risponde ai criteri di un codice tariffario più vantaggioso», spiega Wardlaw. «Questo è il tariff engineering».

Se la differenza di costo tra manodopera e produzione negli Stati Uniti per completare il bene risulta inferiore al dazio da pagare importando il prodotto come finito dall’estero, il trasferimento parziale o totale della produzione conviene anche economicamente.

Il tariff engineering: come farlo (e non farlo)

Anche se il tariff engineering può sembrare concetto relativamente intuitivo—modificare la produzione, il COO o altri aspetti per ottenere aliquote più basse—la frontiera tra strategia efficace e pratica ingannevole è sottile ma cruciale. Un confine su cui l’attuale amministrazione è sempre più attenta: le imprese devono conoscere chiaramente i limiti delle strategie attualmente ammesse.

Il tariff engineering ha una lunga storia giuridica. Nei casi Merritt v. Welsh (1881) e United States v. Irwin (1897), le corti americane hanno riconosciuto la legittimità per gli importatori di progettare o configurare prodotti così da beneficiare dell’aliquota più bassa possibile, purché il bene sia dichiarato per ciò che effettivamente è al momento dell’importazione—ovvero, in assenza di frodi o inganni. La Customs and Border Protection (CBP) ha confermato tale principio anche nei provvedimenti recenti, approvando i casi in cui una modifica progettuale reale e permanente ha permesso la riclassificazione del bene e l’applicazione di un dazio ridotto.

CBP e il problema dell’artificiosità

La CBP traccia una linea netta nei confronti di ciò che definisce «artificiosità». Wardlaw sottolinea che la CBP può valutare anche l’uso effettivo di un articolo per verificare la correttezza della voce tariffaria dichiarata, anche laddove la normativa sembrerebbe non prevedere questo criterio. Ad esempio, considerare una trave di legno come paletto per recinzione, senza aver effettivamente apportato le lavorazioni necessarie a tale funzione, è ritenuta una forzatura artificiosa. Gli importatori devono quindi essere certi che la propria classificazione sia sostenibile e coerente con l’utilizzo reale, per evitare contestazioni di frode.

Inasprimento dei controlli sulle tariffe

La repressione sulle dichiarazioni false relative a paese di origine e classificazioni doganali è in intensificazione. CBP sta potenziando le risorse, anche tramite una Trade Fraud Task Force guidata congiuntamente dal Department of Justice e dal Department of Homeland Security. Questa task force ha concluso transazioni e sanzioni multimilionarie, tra cui un distributore di resine (e sue controllate) che di recente ha pagato 6,8 milioni di dollari per risolvere procedimenti civili e penali riguardanti dichiarazioni COO false al fine di eludere i dazi Sezione 301.

Le aziende si trovano anche esposte a controlli crescenti da parte di concorrenti e whistleblower, che possono dare avvio a indagini governative ai sensi del False Claims Act, dell’Enforce and Protect Act (EAPA) e del nuovo Corporate Whistleblower Awards Pilot Program. Tutti questi strumenti sono volti a scoraggiare le frodi sull’importazione, compresa la dichiarazione COO fraudolenta, le classificazioni HTS inesatte e altri casi di elusione dei dazi.

Tariff engineering in buona fede

In conclusione, le aziende possono modificare legittimamente la progettazione e la produzione dei propri componenti, e trarne conseguenti benefici economici—purché tali cambiamenti non abbiano la finalità esplicita di ingannare il governo federale. «Un’impresa deve avere la libertà di progettare e produrre la propria merce come desidera, anche se ciò porta ad aliquote inferiori», commenta Wardlaw. «L’importante è che non vi sia alcuna frode o artificio».

Costruire una strategia di mitigazione tariffaria

Vista la velocità dei cambiamenti, occorre una strategia tariffaria durevole. Le risposte estemporanee possono apparire attraenti nell’immediato, ma la natura strutturale dell’attuale regime tariffario USA rende insostenibili gli interventi rapidi e temporanei. Al contrario, la politica commerciale aziendale dovrebbe attenersi a tre principi essenziali:

  • Pianificare sulla lunga durata. Alcune tariffe e restrizioni su determinati paesi e beni potranno rimanere in vigore anche dopo l’attuale amministrazione.
  • Adottare un approccio proattivo, mantenendo sempre aggiornati HTS code e COO di ogni componente approvvigionato.
  • Considerare la mitigazione tariffaria e il tariff engineering come uno sforzo aziendale condiviso. Acquisti, ingegneria, legale e finanza possono tutti contribuire agli obiettivi di riduzione dei dazi.

Oltre a questi principi, le imprese più resilienti rispetto ai dazi eccellono tipicamente in cinque pratiche:

  • Diversificare la fonte di approvvigionamento dei componenti ogniqualvolta possibile
  • Costruire una base dati solida, pronta a rispondere rapidamente alle variazioni tariffarie
  • Documentare in modo puntuale le sedi produttive dei fornitori
  • Rendere i dati facilmente accessibili nel momento decisionale
  • Coinvolgere tutte le funzioni aziendali nella riduzione dei costi tariffari

Un aspetto fondamentale nella gestione delle tariffe è l’importanza di un «data layer» esteso e accurato. Per le aziende che importano componenti esteri, ciò significa disporre di MPN, codici HTS, COO, aliquote tariffarie attive per paese e programma, e processi produttivi applicati alla parte stessa. Tutti questi dati dovrebbero essere validati da documenti commerciali, tra cui certificati di fabbrica, ruling CBP e test di laboratorio indipendenti ove richiesto.

La gestione efficace dei costi tariffari inizia—e finisce—con questo data layer. Maggiore è la visibilità e l’intelligence su catena di approvvigionamento, fornitori e processi produttivi, più ampie saranno le possibilità di realizzare cambiamenti strategici a vantaggio del risultato economico.

Come Z2Data supporta le strategie commerciali

Monitorare manualmente le politiche tariffarie, componente per componente e fornitore per fornitore, non è sostenibile su larga scala. Gli strumenti di part risk e compliance di Z2Data mappano l’esposizione tariffaria direttamente sulla distinta base (BOM), rendendo disponibili classificazioni HTS, dati COO e valutazioni di rischio BOM, e consentendo così al team di visualizzare l’impatto effettivo delle nuove politiche tariffarie sul portafoglio prodotti e sul conto economico.

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