I recenti cambiamenti nelle politiche sui semiconduttori di Stati Uniti ed Unione Europea hanno avuto un impatto diretto sull’industria dei semiconduttori nelle economie dell’Asia Pacifica. Le nuove normative mirano a rafforzare la produzione domestica e regionale di semiconduttori negli Stati Uniti e nell’UE, il che potrebbe spostare l’equilibrio della produzione globale di semiconduttori lontano dalle economie dell’Asia Pacifica.
La regione Asia Pacifica, che include Taiwan, Corea del Sud, Giappone e Cina continentale, rappresentava il 72% della produzione mondiale di semiconduttori nel 2020, mentre ex poli produttivi come Stati Uniti e Giappone si sono concentrati principalmente sul più redditizio settore del design. Tuttavia, l’aumento della domanda di semiconduttori, la scarsità di chip e gli eventi geopolitici degli ultimi anni hanno spinto USA e Giappone a ripensare strategie e politiche relative alla produzione di chip.
Il Giappone è stato il primo Paese a istituire un’industria dei semiconduttori nei primi anni ’50, con aziende come Sony, Toshiba e Hitachi tra i pionieri del settore. Negli anni ’80, l’industria dei semiconduttori giapponese dominava il mercato globale, rappresentando oltre la metà della produzione mondiale. Tuttavia, negli anni ’90, il settore in Giappone ha subito la forte concorrenza di Corea del Sud e Taiwan, portando a una diminuzione della quota di mercato giapponese.
Quest’anno il Giappone ha lanciato un ambizioso programma per la produzione di semiconduttori come parte di una strategia più ampia volta ad assicurare maggiore «sicurezza economica» sotto il governo del primo ministro Fumio Kishida. Gli investimenti giapponesi nella produzione di semiconduttori fanno parte dell'obiettivo di riconquistare quote di mercato in questo settore in crescita e rafforzare la sicurezza nazionale in un contesto di crescenti tensioni tra Cina e resto del mondo.
Il Giappone ha visto la sua quota globale calare dal 50% alla fine degli anni ’80 a circa il 10%. Per questo motivo, è stato recentemente annunciato un piano per aumentare le vendite di semiconduttori prodotti in Giappone fino a 15.000 miliardi di yen (112,55 miliardi di dollari) entro il 2030, triplicando l’attuale volume.
Nell'ambito di queste iniziative, il Ministero giapponese dell’Economia, Commercio e Industria (METI) ha stretto una partnership con le principali aziende tecnologiche giapponesi, tra cui Sony, Toyota e SoftBank, per creare il consorzio Rapidus. Inoltre, il consorzio sta collaborando con IBM per sviluppare e successivamente produrre chip di nuova generazione da 2 nanometri. Sono previsti investimenti pari a 36 miliardi di dollari nel prossimo decennio per questa iniziativa, con un sussidio governativo di 500 milioni di dollari.
Inoltre, il METI finanzia il 40% del progetto da 8,6 miliardi di dollari per la realizzazione della fabbrica di Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC) in Giappone. Sony sarà parte integrante dello stabilimento JASM, che dovrebbe avviare la produzione entro la fine del 2024, creare circa 1.500 posti di lavoro specializzati in ambito tecnologico e vantare una capacità produttiva mensile di 45.000 wafer da 12 pollici. Oltre a questo impianto, si segnalano rapporti relativi a una seconda nuova fabbrica nella regione sud-occidentale di Kumamoto per la produzione di chip da 5nm e 10nm.
Le principali economie stanno passando dalla filosofia della catena di approvvigionamento dei semiconduttori «just in time», che ha portato a interruzioni globali della filiera, verso modelli di catena di approvvigionamento più resilienti e integrati.
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