I professionisti della catena di approvvigionamento parlano spesso di gestione del rischio, ma pochi comprendono appieno la differenza fondamentale tra strategie reattive e proattive. In un’intervista con il CEO di Z2Data Mohammad Ahmad, vengono analizzati i tratti distintivi di ciascun approccio, perché quello proattivo sia sempre più richiesto in una catena di approvvigionamento globale ricca di rischi e come sia possibile iniziare a gettare le basi per costruirne uno.
Gestione del rischio proattiva vs. reattiva nella catena di approvvigionamento: qual è la differenza
Secondo Ahmad, la distinzione tra gestione del rischio della catena di approvvigionamento (SCRM—Supply Chain Risk Management) proattiva e reattiva è più sfumata di quanto sembri. La maggior parte delle persone considera la SCRM «reattiva» come l’azione di rispondere ai rischi e alle interruzioni una volta che questi si sono già verificati. Invece di anticipare i possibili problemi e pianificare preventivamente, l’attenzione si concentra esclusivamente sul contenimento dei danni.
Tuttavia, come spiega Ahmad, «questo è più assimilabile alla gestione delle crisi che alla gestione del rischio. Molte aziende dichiarano di avere un programma di gestione del rischio della catena di approvvigionamento, ma in realtà hanno solo una persona di riferimento che reagisce ai problemi quando si presentano».
Molte imprese affermano di avere un programma di gestione del rischio della catena di approvvigionamento, ma nella pratica i processi e le procedure sono incentrati soprattutto sulla reazione alle crisi già in corso. In altre parole, ciò che molti identificano come SCRM reattiva è in realtà solo un sistema di gestione delle emergenze. Questo può voler dire correre a contattare i fornitori dopo un terremoto per valutare l’impatto, oppure esaminare la documentazione dei componenti per valutare i rischi di non conformità solo dopo che una materia prima è stata limitata da nuove normative.
Sebbene la spinta verso la SCRM proattiva non sia iniziata con la pandemia di COVID-19, la crisi ne ha accelerato l’urgenza di adozione da parte delle aziende.
Ma in cosa consiste davvero la gestione del rischio proattiva? Fondamentalmente, significa identificare e mitigare i rischi prima che possano interrompere la catena di approvvigionamento. «L’obiettivo è prevenire problematiche che possano impattare fin dall’inizio la catena di approvvigionamento», afferma Ahmad. «Ma questo richiede di avere in atto un quadro strutturato—ad esempio qualificare i fornitori e comprendere i rischi potenziali in anticipo, prima che provochino interruzioni».
Una strategia proattiva, però, non consiste solo nel prevenire i rischi. Richiede anche l’agilità necessaria per reagire e adattarsi rapidamente quando emergono nuove criticità.
Segnali di eccessiva dipendenza dalla gestione reattiva dei rischi
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«Se ha la sensazione di essere costantemente a spegnere incendi, probabilmente sta facendo troppo affidamento su misure reattive», afferma Ahmad. «Le interruzioni sono continue e si susseguono una dopo l’altra.»
Per molte aziende, la risposta standard a seguito di una criticità è contattare i fornitori e affidarsi alle relazioni esistenti per valutare la portata dell’impatto. Tuttavia, nelle catene di approvvigionamento reattive, questa azione spesso rappresenta l’unico passo compiuto—e viene eseguita quasi sempre senza una strategia ben definita o una chiara direzione. «Si finisce per contattare i fornitori senza un piano preciso—senza sapere esattamente chi coinvolgere e per quale motivo», spiega Ahmad. Il risultato? Una grande quantità di tempo sprecato a rincorrere informazioni e lead che potrebbero addirittura rivelarsi irrilevanti rispetto alla criticità attuale. Questo approccio dispersivo e poco mirato lascia le aziende in difficoltà a distinguere tra dati non pertinenti e insight realmente utili per garantire la continuità operativa e migliorare i risultati economici.
Come appare il passaggio a una strategia proattiva
«Non sarà un processo semplice da subito», ammette Ahmad. «Molti pensano che sia una soluzione rapida, ma si tratta di un percorso. Non basta un singolo salto: bisogna scegliere quali passi compiere, in quale ordine, e attuarli uno alla volta.»
Stabilire quali dati monitorare
Il primo passo è capire cosa mappare e quali dati monitorare. Quali sono le informazioni critiche necessarie per il suo team? Analizzare interruzioni e vulnerabilità già affrontate può orientare il processo. «Occorre considerare elementi come singoli punti di guasto oppure rischi geografici legati a produttori specifici», afferma Ahmad.
Ottenere il supporto della leadership
È fondamentale anche conoscere quali siano le priorità del management. Senza l’approvazione e il coinvolgimento della leadership, la strategia di gestione del rischio rischia di fallire prima ancora di partire. «Bisogna collegare tutto agli obiettivi aziendali», suggerisce Ahmad. «Se riesce a dimostrare come la gestione proattiva dei rischi sostiene gli obiettivi dell’impresa, aumenta notevolmente le possibilità di ottenere il via libera. Ricordi che dalle figure manageriali ai VP e ai C-level, ognuno ha priorità differenti. Più la sua strategia risponde a questi obiettivi specifici, più sarà facile ottenere consenso.»
Ricevuta l’approvazione, è il momento di entrare nel dettaglio
«Una strategia proattiva efficace si fonda tutta sulla visibilità», sottolinea Ahmad. «Serve la possibilità di valutare i rischi sia dal basso, a livello di componente, sia dall’alto, lato fornitore. Occorre comprendere i rischi associati a ciascun componente, dal ciclo di vita alla disponibilità sul mercato. Altrettanto cruciale è verificare che il fornitore non adotti pratiche che possano generare responsabilità etiche o normative.»
Una delle maggiori sorprese che le aziende affrontano passando a un approccio proattivo è la mole di dati necessaria per renderlo davvero efficace. «La dipendenza dal dato è enorme», osserva Ahmad. «Non basta raccogliere dati: serve pulirli, normalizzarli e risolvere tutte le incongruenze prima di poterli contestualizzare nella propria catena di approvvigionamento. È un processo molto articolato.»
Alla radice, il rischio nella catena di approvvigionamento si riduce quasi sempre a un problema di dati: in particolare, l’incapacità di accedere e organizzare le informazioni o di distinguere in modo efficace tra ciò che è rilevante e ciò che non lo è.
Non tutte le strategie proattive sono uguali
Anche le strategie più proattive possono introdurre nuovi rischi quando l’obiettivo è la resilienza totale. «Molti pensano che una volta implementato uno strumento o processo di gestione del rischio collaudato possano considerarsi coperti», spiega Ahmad. «Ma persino quegli strumenti creano punti ciechi se non vengono integrati con tutti i team».
Ad esempio, il team di approvvigionamento strategico potrebbe monitorare le allerte sulle crisi in arrivo—come uragani imminenti o instabilità geopolitiche—ma se manca il dialogo con gli ingegneri, che selezionano componenti da fornitori non conformi alle nuove normative ESG europee in arrivo l’anno prossimo, si crea un vuoto nella strategia di rischio.
«Molte strategie proattive moderne hanno ancora difficoltà a offrire una visione olistica del rischio», afferma Ahmad. «Si tende a suddividere gli elementi di rischio tra diversi team, che poi li gestiscono in silos separati. In questo modo, però, si creano nuovi gap di visibilità che mettono le aziende di fronte a vulnerabilità non previste.»
La visibilità è la chiave della gestione proattiva dei rischi
In definitiva, ciò a cui le aziende dovrebbero puntare è la visibilità. Non solo visibilità sui fornitori, sui processi produttivi e sui dati relativi ai componenti, ma anche su come vengono gestite e utilizzate queste informazioni internamente. La visibilità è il fondamento della resilienza: consente di individuare i potenziali problemi e prendere decisioni informate molto prima che una vulnerabilità sfoci in un’interruzione vera e propria.
«La visibilità offre un altro vantaggio strategico», prosegue Ahmad. «Permette di pianificare la catena di approvvigionamento per il futuro. Non si tratta solo di identificare e mitigare i rischi, ma di costruire una catena di approvvigionamento più resiliente, meno esposta e pronta ad adattarsi alle tendenze di mercato e alle forze economiche globali. Aiuta a restare competitivi.»
Costruire la strategia di gestione del rischio con Z2Data
Per raggiungere questo livello di visibilità serve molto più che raccogliere dati: occorrono strumenti e insight in grado di rendere quei dati davvero utili. È qui che entra in gioco Z2Data.
Dati affidabili
Z2Data La aiuta a costruire una strategia di gestione del rischio resiliente offrendo la visibilità necessaria su fornitori, componenti e stabilimenti produttivi. Con dati su oltre un miliardo di componenti, più di 150.000 fornitori e 50.000 siti/impianti, Z2Data fornisce insight completi: dai dati finanziari dei fornitori alle informazioni normative. Ma non si limita a raccogliere questi dati; li verifica e li normalizza, garantendo affidabilità e fornendo tutto il contesto indispensabile per comprendere pienamente i rischi della sua catena di approvvigionamento. Che si tratti di nuove normative ambientali o di un terremoto nel Sud-Est asiatico, Z2Data offre le informazioni critiche per anticipare le interruzioni.
Rilevanza su cui può contare
Uno dei vantaggi chiave di Z2Data è offrire non solo visibilità—ma anche rilevanza sui dati e insight forniti ai clienti. Utilizzando le distinte base (BOM) e informazioni chiave sui componenti, Z2Data costruisce un profilo personalizzato del rischio della sua catena di approvvigionamento. Attraverso questi dati, la piattaforma arriva a inviare allerte in tempo reale perfettamente mirate alle vulnerabilità specifiche della sua supply chain.
Così, quando riceve un aggiornamento per un tifone dall’altra parte del mondo, non si tratta di avvisi generici—ma di informazioni strategiche su quali suoi fornitori si trovano nell’area interessata e sono verosimilmente soggetti a impatti significativi.
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