Perché la valutazione tradizionale dei fornitori non è più sufficiente

Le indagini una tantum sui fornitori non sono efficaci nelle catene di approvvigionamento dinamiche di oggi. Il monitoraggio continuo è fondamentale per gestire i rischi, garantire la compliance e mantenere la resilienza.

Perché la valutazione tradizionale dei fornitori non è più sufficiente

È il momento di ripensare le survey ai fornitori per la valutazione del rischio fornitore. Sebbene per lungo tempo siano state il metodo di riferimento per misurare i rischi legati alla catena di approvvigionamento, il contesto globale attuale le rende meno efficaci per le aziende che vogliono gestire il rischio in modo efficiente. Sviluppare una nuova strategia attorno alle survey ai fornitori non significa necessariamente abbandonarle del tutto: si tratta di attuarle in modi più adatti al contesto di rischio in continua evoluzione di oggi. 

Contare su una sola verifica iniziale dei fornitori non è più sufficiente per navigare le moderne catene di approvvigionamento, sempre più complesse. Se un tempo una verifica una tantum poteva bastare per avviare la produzione, le sfide di oggi comportano nuovi rischi che richiedono un livello di visibilità senza precedenti sulla rete dei fornitori di un’azienda. Queste nuove sfide includono improvvisi cambiamenti nei fondamentali finanziari, mutamenti normativi, minacce ambientali ed evoluzioni tecnologiche.

Fornitori che oggi appaiono affidabili e solidi possono rapidamente trovarsi esposti a rischi imprevisti, compromettendo la loro affidabilità. Per costruire relazioni resilienti con i fornitori e tutelare la catena di approvvigionamento, le aziende devono superare le valutazioni statiche del rischio e adottare un approccio più dinamico.

Di seguito viene illustrato perché le valutazioni tradizionali del rischio fornitore non sono più sufficienti e vengono approfonditi cinque motivi chiave per cui il monitoraggio continuo e l’aggiornamento delle survey stanno diventando essenziali per chi vuole anticipare i rischi.

Il problema delle verifiche una tantum sui fornitori

Verificare una volta sola le aziende in fase di onboarding è un metodo diffuso per condurre survey e valutazioni del rischio fornitore, impiegato tipicamente per aggiungere nuovi fornitori all’Approved Manufacturing List (AML) o all’Approved Vendor List (AVL) dell’impresa.

Questa procedura una tantum prevede spesso la raccolta di bilanci finanziari, informazioni fiscali, certificazioni di settore e altri dati chiave per valutare se avviare una relazione commerciale. Anche se questi controlli iniziali sono generalmente rigorosi, il livello di approfondimento di solito si riduce nelle valutazioni successive. Vincoli di tempo e risorse fanno spesso sì che le revisioni successive si concentrino più sulla performance del fornitore, lasciando lacune nella comprensione della salute e della stabilità aziendale del fornitore nel tempo.

Queste aree cieche possono esporre le aziende a rischi in evoluzione che emergono solo quando turbano le operazioni. Se può risultare più semplice monitorare periodicamente fornitori locali, i fornitori remoti o internazionali rappresentano una sfida ben maggiore per un monitoraggio e una rivalutazione regolari e davvero efficaci.

1. Non offrono visibilità in tempo reale su eventi imprevisti

Uno dei principali motivi per integrare survey continue nel processo di valutazione del rischio fornitore dopo l’onboarding iniziale è la possibilità di individuare eventi imprevisti che possono influire sul fornitore, sulla sua catena di approvvigionamento e, in ultima analisi, sul prodotto finito. Anche di fronte a valutazioni complete durante la fase di onboarding, possono comunque verificarsi successivamente eventi negativi che compromettono la qualità del fornitore, la puntualità nelle consegne e altre metriche chiave di performance. Sebbene molti fornitori comunichino questi eventi ai clienti in tempi ragionevoli, ciò non avviene sempre. 

Ad esempio, mentre gli impatti legati alle condizioni meteo sono solitamente più semplici da rilevare, problemi come attacchi informatici, instabilità politica e sanzioni risultano spesso molto più difficili da individuare e gestire. Secondo un rapporto annuale della società di cybersecurity Arctic Wolf, «il 50% delle organizzazioni ha subìto una violazione nell’ultimo anno… e di queste, il 72% non ha comunicato la violazione quando si è verificata». Questi problemi più complessi possono anche restare non dichiarati per un periodo di tempo, se vengono comunicati del tutto.

Inoltre, questi rischi possono interessare anche la sub-tier supply chain del fornitore, spesso trascurata nelle procedure di controllo tradizionali. Per esempio, interruzioni dovute a eventi climatici possono colpire sub-fornitori in aree remote come la Cina, ritardando la fornitura dei beni finiti. Il processo tradizionale di valutazione, che in genere avviene una volta l’anno o meno, non rileva in modo efficace i rischi in corso nella filiera estesa. Di conseguenza, le interruzioni nella sub-tier supply chain — che siano dovute a eventi geopolitici, catastrofi naturali o altre cause — spesso si manifestano solo quando il cliente ne subisce l’impatto, a distanza di tempo. Quando questi problemi arrivano infine al fornitore diretto, i ritardi e i costi possono essere considerevoli, sottolineando l’urgenza di un monitoraggio continuativo che le survey tradizionali non sono in grado di offrire. Il monitoraggio continuo e l’aggiornamento delle survey ai fornitori sono dunque indispensabili per affrontare queste sfide e garantire la resilienza della filiera.

2. Espongono l’azienda a rischi di lungo termine, tra cui sanzioni e fallimenti

I programmi di screening una tantum sono utili per individuare rischi immediati, ma spesso non rilevano cambiamenti nel lungo periodo che possono mettere in pericolo la catena di approvvigionamento. Queste lacune lasciano l’azienda esposta a rischi in evoluzione che passano inosservati tra la valutazione iniziale e i rari follow-up.

Ad esempio, un fornitore potrebbe essere in difficoltà finanziaria o prossimo al fallimento, pur continuando a consegnare prodotti di qualità nei tempi previsti. Anche se ciò non comporta un’immediata interruzione, rappresenta un rischio significativo di lungo termine che va monitorato. In assenza di survey periodiche o valutazioni ricorrenti, segnali di allarme come questi possono sfuggire facilmente.

Anche le sanzioni sono esempi di rischi che possono passare inosservati: un fornitore diretto o sub-tier può essere inserito in una lista di sanzioni tra una valutazione e l’altra. Se questi cambiamenti vengono mancati, possono portare a interruzioni gravi più avanti, anche se il rischio appariva minimo all’inizio. Solo nel 2023, gli Stati Uniti hanno aggiunto 2.500 entità alla propria Specially Designated Nationals (SDN) List, un elenco di individui e organizzazioni soggette a sanzioni. Ciò rappresenta un incremento del 16% in un solo anno. 

Inoltre, il punteggio ESG (Environmental, Social, and Governance) di un fornitore può cambiare rapidamente per effetto di nuove politiche aziendali, con potenziali ripercussioni rilevanti sui prodotti forniti. Si tratta solo di alcuni esempi di situazioni che lo screening una tantum non riuscirebbe a rilevare, ma che possono avere effetti diretti sulla qualità, sulla consegna e su altri aspetti chiave in futuro.

3. Limitano la visibilità sul monitoraggio continuo della compliance

Nello scenario attuale, caratterizzato da una crescente attenzione normativa, assicurare che i fornitori rimangano conformi non è più opzionale: è una necessità imprescindibile. Con regolamenti globali come RoHS, Critical Material Reporting (CMRT) e la EU Battery Directive soggette a continui aggiornamenti, servono informazioni puntuali sui fornitori per rispettare gli obblighi normativi. Basarsi su survey una tantum o valutazioni occasionali può causare lacune nell’attività di due diligence, esponendo le aziende a rischi legali ed etici rilevanti. 

La normativa ambientale, ad esempio, impone alle aziende di verificare che le pratiche dei fornitori siano sempre allineate agli standard vigenti. In assenza di survey continue e monitoraggio costante della compliance, le aziende rischiano di non riuscire a soddisfare tali requisiti, esponendosi a sanzioni, ritardi e danni reputazionali.

Oltre agli aspetti ambientali, anche gli standard etici richiedono oggi un controllo costante della filiera. Sempre più aziende si impegnano per assicurare che la catena di approvvigionamento sia libera da pratiche non etiche quali lavoro forzato, lavoro minorile o condizioni di lavoro insicure. Uno studio della Walk Free Foundation ha evidenziato che «due terzi dei consumatori smetterebbero di acquistare un prodotto se venissero a sapere che la sua produzione si basa su pratiche di sfruttamento dei lavoratori».

Con l’evoluzione delle aspettative sociali e delle normative in materia di approvvigionamento etico, le aziende sono chiamate a monitorare proattivamente i fornitori per garantire la conformità agli standard. Un fornitore che inizialmente soddisfa i requisiti di sourcing etico potrebbe non farlo più in seguito, ad esempio a causa di politiche di taglio ai costi o problemi interni. Audit regolari e valutazioni periodiche permettono alle aziende di individuare tempestivamente queste criticità, assicurando una risposta rapida per mantenere sia la compliance normativa sia la fiducia dei clienti.

In questo scenario complesso, superare gli screening una tantum e avviare valutazioni continue del rischio fornitore non rappresenta più una semplice best practice, ma una scelta strategica indispensabile.

4. Non sono in linea con i nuovi regolamenti UE sulla compliance della filiera 

L’Unione Europea (UE) e molti Stati membri hanno recentemente adottato norme che impongono la verifica e il controllo continuativi dei fornitori. Regolamenti chiave come la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD), la Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CS3D) e l’European Deforestation Regulation (EUDR) richiedono valutazioni ricorrenti del rischio fornitore, sottolineando l’importanza della supervisione continua.

Inoltre, Paesi come Germania (German Supply Chain Due Diligence Act), Svizzera (Swiss Supply Chain Act), Francia (Duty of Care Law), e Norvegia (Norwegian Transparency Act) hanno adottato leggi simili che impongono il monitoraggio dei fornitori per violazioni dei diritti umani e lavoro minorile.

Queste nuove normative segnano una nuova era per la compliance e il monitoraggio dei fornitori. La sorveglianza continua e l’adozione di azioni correttive per le violazioni dei diritti umani non saranno più consigliate o raccomandate come best practice: saranno obbligatorie per quasi tutte le aziende che operano in Europa. Molte di queste norme prevedono significative sanzioni calcolate sul fatturato globale, sottolineando l’impegno della UE verso la trasparenza della filiera e l’adozione di pratiche di approvvigionamento etico. Le imprese dovranno dunque adattarsi a questa nuova regolamentazione assicurando un monitoraggio costante della performance e della compliance dei fornitori, così da evitare gravi conseguenze legali ed economiche.

5. Non consentono di tracciare e mantenere efficacemente la qualità

Mantenere una qualità costante lungo tutta la catena di approvvigionamento è fondamentale per garantire la soddisfazione dei clienti e prevenire interruzioni costose. Se un controllo iniziale può confermare che un fornitore soddisfa gli standard qualitativi, non esiste garanzia che questo livello venga mantenuto nel tempo. Un fornitore può iniziare rispettando le aspettative, ma variazioni nella domanda, cambiamenti nella forza lavoro o nella gestione interna possono incidere sulla qualità dei prodotti.

Senza valutazioni periodiche del rischio fornitore, le aziende rischiano di accorgersi di problemi qualitativi solo quando si manifestano prodotti difettosi — o peggio, quando il problema riguarda già i clienti finali. L’implementazione di un monitoraggio continuo della qualità — tramite audit periodici, test di prodotto e cicli di feedback — permette di individuare tempestivamente le anomalie e di intervenire prima che si trasformino in criticità maggiori. 

In sintesi

I controlli una tantum sui fornitori potevano essere sufficienti in passato, ma oggi non rispondono più alle esigenze di una catena di approvvigionamento in rapida evoluzione. Il monitoraggio continuo è ora indispensabile per rilevare rischi quali fallimenti, sanzioni o problemi di qualità prima che impattino le operazioni. Con la crescente pressione normativa e rischi sempre maggiori in tema di compliance, le aziende devono ripensare i metodi di valutazione e gestione dei rapporti con i fornitori per restare un passo avanti nei confronti dei rischi potenziali. Questa transizione verso un monitoraggio costante garantisce alle imprese la capacità di affrontare le nuove sfide e di mantenere la resilienza della filiera in uno scenario sempre più imprevedibile.